Mura Puniche

Mura Puniche

Le mura antiche

Oggi non è più possibile vedere l’intera cinta muraria di Olbia, ma gli studi del Tamponi (fine 800) e in seguito del Taramelli (primi del 900), hanno consentito al Panedda di ricostruire l’originario tracciato, precisato in seguito alle ricerche del D’Oriano e del Sanciu. Il tratto murario meglio conservato, è situato tra Via regina Elena e Via Mameli e precisamente in Via Torino. Lungo circa m 64 appartiene al settore occidentale delle mura ed è caratterizzato da un torrione, da una apertura e da una doppia cortina.


Il torrione ha una forma quadrangolare ed è stato costruito con blocchi di grosse dimensioni, ben levigati nella sola faccia a vista, e appena sbozzati all’interno. Tale torrione, corrisponderebbe a uno di quelli ricordati dal Panedda e denominato “Torre B”, ma già il Taramelli nel 1911, con il ritrovamento di un tratto murario pari a m 100, ne segnalava altre 4, descrivendo in maniera precisa la torre “A”, che presentava una suddivisione interna in due sezioni una delle quali a sua volta era suddivisa in tre comparti. Tra la torre “A” e la torre “B”, oggi ancora visibile, abbiamo un’apertura che corrispondeva ad una porta del tratto occidentale, larga m. 3,45 dove sono ancora visibili i basamenti degli stipiti. Oggi non sono rintracciabili tracce di fori per poter capire il sistema di chiusura. Dopo l’apertura riprende per m 28 l’andamento del tratto murario, largo m 6 e costituito da due paramenti, ottenendo così la doppia cortina, certamente più sicura come difesa dagli attacchi alla città nel versante occidentale. Durante gli scavi eseguiti nell’ultimo decennio del ‘900, a scopo di tutela dal degrado in cui versava il tratto murario, è stata rinvenuta una cisterna ellittica, ora ricoperta, rivestita di malta impermeabile, per la raccolta delle acque piovane da utilizzare come riserva idrica.
Nel corso degli stessi scavi, sono state evidenziate tecniche di rafforzamento murario a scopo difensivo in caso di attacco con macchine belliche. Questo rafforzamento è stato realizzato attraverso trincee ortogonali riempite di terra e pietre e di mura trasversali all’interno della cortina. I materiali rinvenuti confermano la datazione al IV a.C. per tutta la cinta muraria e smentiscono la convinzione che faceva risalire le mura ad epoca romana. A poca distanza da questo sito, nel corso di uno scavo per la realizzazione di un complesso residenziale in Via Acquedotto, nell’anno 2000, sono riemersi altri resti della cortina occidentale e più precisamente un muro di m 9 circa, alto m 0,76, costruito con blocchi granitici, lavorati nella sola faccia a vista e inserito nello scavo effettuato nella roccia granitica sottostante.
Nella parte esterna sono stati trovati scarti di pietra di diverse dimensioni, che creavano uno strato di riempimento tra l’unità stratigrafica muraria e la roccia granitica. Nello stesso orientamento delle mura, in direzione Nord, sono state trovate tracce di un probabile fossato che in alcuni punti supera i m 3 di larghezza e profondità. All’interno di questo fossato erano presenti parti di mura o crollate o abbattute, probabilmente tra la fine del II e l’inizio del III d.C., in base ai frammenti ceramici di sigillata africana di tipo “A” e di ceramica africana da cucina rinvenuti soprattuto in qualche particolare settore.
Negli scavi effettuati all’interno delle mura sono state rinvenute tracce di un’altra struttura muraria sempre di epoca punica in base ai materiali ritrovati, e una cisterna a bagnarola, ottenuta scavando direttamente il piano roccioso e rivestita di coccio pesto. L’andamento delle mura occidentali non sarebbe rettilineo, come ipotizzato dal Panedda, ma risulterebbe spostato un po’ più a Ovest, sempre che tale tratto non risultasse la cortina esterna di un corpo avanzato. Nel lato occidentale la cinta muraria doveva proseguire sino ad arrivare a Est della dorsale granitica di San Simplicio, nel tratto posto a ovest del Cimitero Vecchio. In località Idazzonedda Taramelli, nel 1911, segnala dei ruderi di una torre rettangolare che apparivano in connessione sui lati Nord e Sud con due bracci di mura di uguale struttura e che per dimensione e tecnica costruttiva (nonostante le tracce di restauro posteriori) ricordavano la tecnica edilizia dei tratti murari situati in Via Torino; perciò pensò trattarsi della continuazione della cinta muraria, precisamente dell’ultimo tratto del lato occidentale e dell’inizio del lato settentrionale. Questi resti in località Idazzonedda testimoniano un percorso rettilineo di tutto il tratto occidentale della cinta, ed evidenziano una struttura tecnico-difensiva che determinava l’impossibilità di accedere al porto extra-moenia. In questo tratto di 580 m ( fra Via Torino e il tratto sino al Cimitero Vecchio) non sono stati trovati resti attestanti la presenza di un’altra porta. Da Idazzonedda la cinta doveva svoltare quasi ad angolo retto (da Ovest a Est) per procedere in direzione della località Oltu Mannu nel quartiere denominato Porto Romano. In località Oltu Mannu, delimitata a Nord dalla spiaggia e a Sud dal binario ferroviario che conduceva all’Isola Bianca, nel 1890 il Tamponi ritrovava le fondamenta di un tratto di mura pari a m 360; inizialmente il muro presentava un proseguimento di m 160 e quasi rasenti alla spiaggia se ne notavano altri m 200, che svoltando come a gomito si ricollegavano con il fronte orientale. Nel lato settentrionale, considerato dal Panedda come il vecchio Porto Romano, sono visibili resti di strutture quadrangolari molto simili a quelle di Via Torino per le dimensioni e tecnica.

Situate ad una distanza di m 5,20 l’una dall’altra, spazio che il D’Oriano considera come una porta nord della cinta in base al catasto del secolo scorso, denominato Catasto De Candia, dove si vede una strada che esce dal lato settentrionale e viene chiamata strada de Parau (l’odierna strada per Palau), quindi ieri come oggi l’arteria più importante per il Nord Sardegna.

 

 

 

 

 

 

Infine, il tratto orientale delle mura è conservato per una cinquantina di metri all’interno del cortile della Villa Tamponi, costruita nel 1874 da Pietro Tamponi. Questo tratto seguiva l‟andamento della costa e presentava due aperture: la prima è di m 4,43 e qui terminava la strada denominata “Karalibus-Olbiam per Hafa”, le cui tracce sono state attestate anche dal Tamponi e dai rinvenimenti di due cippi miliari scoperti in località “Su Cuguttu”. A circa m. 120 da questa interruzione, ancora il Tamponi aveva notato un’altra apertura che, secondo il Panedda, giustamente il Taramelli aveva definito una posterla. Il lato orientale, infine continuava, fuori dalla villa Tamponi, in località denominata Regione Mulino esattamente dietro l’ex scolastico e il Comune. Diventa invece più difficile ricostruire il tracciato delle mura da Regione Mulino sino ad Isciamariana, ma il Panedda ritiene che le mura,anche nella prosecuzione del lato orientale e in quello meridionale, si accostassero sempre all’antico limite di spiaggia. Per avvalorare tale ipotesi osserva che, fino ai primi del ‘900, il mare appariva vicino ai ruderi delle due      torri situate a Nord e Sud del lato occidentale della cinta     muraria, cinta che impediva l’accesso al porto via terra.

 

 

 

 

Datazione della cinta muraria
In relazione alla cronologia delle mura già il Taramelli nel     1911 osservava che gli elementi architettonici dei ruderi   ritrovati. erano scarsi per poter dedurne un sicuro criterio      cronologico. Pur avendo trovato riscontri tra i resti murari di Olbia e quelli di città fenicie e fenicio-puniche, sosteneva la teoria dell’origine romana della cinta olbiese, soprattutto per le analogie con quelle di Aosta e Torino. Il Panedda condivide pienamente la teoria del Taramelli, avvalorandola con la citazione di ritrovamenti della necropoli di Isciamariana, del monumento funerario scoperto nel 1911, (tutti posti a poca distanza dalla cinta muraria e di epoca romana) e ancora della zona cimiteriale di Juanne Canu contigua a Isciamariana, che il Levi colloca tra la metà del III a.C. e la metà del II a.C.. In base a questi dati il Panedda sostiene che le mura furono costruite dai
Romani non appena poterono porre piede su questo tratto della Sardegna, così importante non solo come porto, ma come base per il dominio di questa isola, la quale isola nel 238 a.C., cadde in loro potere. Appare tuttavia probabile anche al Panedda che ci fosse stata una precedente cinta muraria punica, della quale però non sono state trovate tracce, nonostante le numerose indagini di scavo, soprattutto ad opera del D’Oriano e del Sanciu. Il D’Oriano sostiene la cronologia di fase punica per le mura di Olbia rispetto alla precedente datazione romana. Egli osserva che l’area dell’abitato punico coincideva con lo spazio racchiuso dalle mura ritenute romane e non essendo state rinvenute alcune tracce di un’altra cerchia muraria, appare possibile retrodatare le mura ad epoca punica e precisamente, attorno alla metà del IV a.C., al momento della nascita della città.
Non è infatti pensabile una città punica non murata dato che Olbia rappresentava un baluardo punico nel Nord Sardegna, di fronte alla crescente potenza di Roma e all’espansionismo di Siracusa. Si potrebbe ipotizzare la distruzione delle mura puniche da parte romana per poi ricostruirle; ma tutti i dati archeologici fanno ritenere che ci sia stato un passaggio indolore di potere tra Cartagine e Roma. La datazione si fonda inoltre su diversi fattori: il materiale ritrovato in prossimità delle mura (ceramica punica e Attica), le strutture abitative, i materiali scoperti nella necropoli punica e le caratteristiche strutturali ed edilizie delle mura stesse.
La tesi di D’Oriano viene contraddetta dall’Azzena, il quale sostiene che questa è basata principalmente sul confronto della tecnica edilizia e ricorda la revisione della cronologia delle mura di Sulci, di quelle settentrionali di Tharros, la diffusione dell’opera quadrata nella “romanissima” Porto Torres e il suo uso in Sardegna fino oltre il Medioevo.

Considerazioni finali sulla cinta muraria
Il poligono che si veniva a creare, secondo il Panedda, aveva una superficie di ettari 23,7. I recenti studi compiuti in primis dal D’Oriano hanno dato una ampiezza ancora maggiore rispetto alle idee del Panedda, per un totale di ettari 36. La città si presentava con un tessuto urbano ortogonale, orientato nord-sud, est-ovest; il lato occidentale appare l’unico non condizionato dalla linea di costa.
Per quanto riguarda la tecnica edilizia della cinta, possiamo notare che il circuito delle mura non ha la tipica forma a quadrilatero del Castrum, nel quale veniva racchiusa la città romana. Secondo quanto riportato dagli studi sui primi ritrovamenti, non erano presenti torri lungo i tre lati che davano sul mare e non risultava nessuna doppia cortina, ma una sola, che andava da un massimo di m. 3,50 a un minimo di m. 2,30. Invece, nella parte occidentale la situazione era totalmente diversa, in quanto erano presenti torri equidistanti tra loro m. 58 l’una dall’altra e due cortine che superavano i cm. 65 di profondità, costituendo un solo insieme dello spessore di m. 5,50.

Quale poteva essere il motivo di una così diversa tecnica edilizia nel costruire le mura di una stessa città? Il fatto che il fronte occidentale fosse totalmente diverso dagli altri per la presenza delle torri quadrangolari, nonché la realizzazione della duplice cortina di cui abbiamo ancora oggi i resti, evidenziano la volontà di difendersi più che dal mare dall’entroterra, dove sicuramente si trovavano gruppi di indigeni non ancora riusciti ad integrarsi con i nuovi conquistatori, che presentavano una costante minaccia per la città.
Il Tamponi sottolinea la differente tecnica costruttiva ed edilizia degli altri fronti dove esisteva un semplice paramento, ( minimo m. 2,30 massimo m. 3,50) con blocchi di medie dimensioni (cm 50 x cm 25 ) e una lavorazione poco curata. La totale mancanza di tracce di torri, nei lati confinanti col mare (escluso il lato settentrionale come abbiamo visto prima) fece supporre che da questi lati non si temessero attacchi, anche perché le manovre militari dovevano svolgersi in uno spazio abbastanza ristretto (che Panedda riporta a m. 1035) che rendeva impossibili manovre di sbarco.

Tutti i diritti sono riservati e appartengono all’autore. (Durdica Bacciu)