Mura Puniche, Olbia

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Le prime informazioni sulle mura si devono a Pietro Tamponi nel 1890 e ad Antonio Taramelli nel 1911. La ricostruzione ipotetica fu pubblicata da Dionigi Panedda nel 1953. Il poligono che si veniva a creare, secondo il Panedda, aveva una superficie di ettari 23,7 mentre i recenti studi compiuti in primis dal dott. D’Oriano hanno dato una ampiezza ancora maggiore per un totale di ettari 36.

Per quanto riguarda la tecnica edilizia della cinta, possiamo notare che il circuito delle mura non ha la tipica forma a quadrilatero del Castrum, nel quale veniva racchiusa la città romana. Secondo quanto riportato dagli studi sui primi ritrovamenti, non erano presenti torri lungo i tre lati che davano sul mare e risultava una sola cortina. Invece, nella parte occidentale la situazione era totalmente diversa, in quanto erano presenti torri equidistanti tra loro m. 58 l’una dall’altra e due cortine che superavano i cm. 65 di profondità, costituendo un solo insieme dello spessore di m. 5,50.

Il fatto che il fronte occidentale fosse totalmente diverso dagli altri per la presenza delle torri quadrangolari, nonché la realizzazione della duplice cortina di cui abbiamo ancora oggi i resti, evidenziano la volontà di difendersi più che dal mare dall’entroterra, dove sicuramente si trovavano gruppi di indigeni non ancora riusciti ad integrarsi con i nuovi conquistatori, che presentavano una costante minaccia per la città. Il Tamponi sottolinea la differente tecnica costruttiva ed edilizia degli altri fronti dove esisteva un semplice paramento con blocchi di medie dimensioni e una lavorazione poco curata.

La totale mancanza di tracce di torri, nei lati confinanti col mare fece supporre che da questi lati non si temessero attacchi, anche perché le manovre militari dovevano svolgersi in uno spazio abbastanza ristretto che rendevano impossibili manovre di sbarco, in uno spazio che Panedda riporta a m. 10.

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